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Archive for the ‘arte’ Category

Piano piano imparai ad amare le parole col gusto che il musicista ha per i suoni e i timbri, il pittore per i colori e gli impasti, lo scultore per le forme e la pelle della materia; ma in più c’era tutta l’infinita ricchezza semantica, il mondo sconfinato dei pensieri e dei sentimenti che le parole risvegliano e rimettono in moto, che sono capaci di evocare con precisione terribile o vaghezza dolcissima. La parola era infine un tesoro o una bomba.  Ma soprattutto era una camella, qualcosa da rigirare tra lingua e palato con voluttà, a lungo, estraendone fiumi di sapori e delizie.

 

da Il gioco dell’universo. Dialoghi immaginari tra un padre e un figlia, di Dacia Maraini

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Il piacere per il colore si formò prima che il piacere per la forma: anche l’insetto di ordine inferiore prova piacere per lo splendore del sole, per il fuoco e per gli effetti della luce, per la magnificenza dei fiori di campo.

da Der Stil, di Gottfried Semper

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Ogni fenomeno terrestre è un simbolo, e ogni simbolo è una porta aperta attraverso cui l’anima, se è pronta, può entrare nel cuore del mondo, dove il tu e l’io e il giorno e la notte sono una cosa sola.  Ogni uomo si imbatte di tanto in tanto nella sua vita in questa porta aperta, ognuno una volta o l’altra concepisce il pensiero che tutto il visibile sia un simbolo e che dietro il simbolo dimorino lo spirito e la vita eterna.  Ma solo pochi passano la porta e rinunciano alla bella apparenza in cambio dell’intuita verità interiore.

da Iris di Hermann Hesse

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Sintra è uno dei posti più belli del Portogallo. Di solito la si visita dopo aver già fatto il giro di Lisbona, per fare una gita fuori porta alla ricerca di un po’ di frescura. Per me è stata una vera rivelazione, la scoperta di un luogo da favola, dove il tempo si è fermato… dunque favoloso! Ecco perchè è stata dichiarata patrimonio umano dall’Unesco…Si trova soltanto 28 km a nord-ovest di Lisbona, ed è facilmente raggiungibile col treno, dalla stazione Rossio. Qui si respira un’atmosfera tutta particolare e definirla romantica sarebbe un po’ riduttivo. Lord Byron l’ha definita “paradiso verde”, e non a caso qui scelsero di insediare la propria residenza estiva i sovrani del Portogallo. Camminando per un viale alberato si raggiunge il Palácio Nacional da Pena, architettura incredibile per l’aspetto iperdecorato in stile bavarese-manuelino. Nella parte centrale della città vecchia si può ammirare l’altro palazzo di rilievo, il Palácio Nacional de Sintra.

Ricordo con particolare piacere le fontane moresche, dove più volte ho cercato ristoro, coperte di piastrelle di ceramica e decorazioni moresche. L’associazione di ricordi mi riporta dalle immagine stampate nella memoria dei palazzi, al sentiero fatto a piedi tra i singulti di un indomabile singhiozzo, ai relativi sforzi e tentativi di farmelo passare della mia compagna di viaggio, Chiara, fino alla Casa da Sapa, un’antica pasticceria, piccolissima e frequentatissima, celebre per le queijadas ( tortine di formaggio e cannella), dove il singhiozzo è definitivamente svanito. Ubi major… .

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Ogni angolo della Maremma riserva preziosi doni. E questi cambiano a seconda che ci si sposti da nord a sud o dalla costa verso l’interno. Ogni dono sorprende e consola per la sua bellezza. La Natura, le antiche vestigia, tutto suscita stupore e meraviglia, facendoci respirare l’atmosfera dell’antica civiltà contadina.

Duomo di Massa Marittima

Capiscono bene lo spirito di queste terre le centinaia di tedeschi che ogni anno, in stagioni diverse, le scelgono come meta privilegiata delle proprie vacanze. Spesso capita di incontrare una famiglia tedesca, con biciclette al seguito, nei punti meno frequentati dell’entroterra e nelle calette più sperdute. E incontrarli è garanzia di un luogo protetto, ancora poco esplorato. Ecco perchè dovremmo pedinarli questi tedeschi!!!

Castello di Scarlino

Percorrendo la cosidetta Alta Maremma, ci sono molti paesi – alcuni noti, altri meno – in cui vale la pena (anzi “vale la gioia!”) fermarsi, per respirarne gli odori e farsi contagiare dal loro antico silenzio … almeno fin quando non viene interrotto dal rumore di ferraglia dell’Ape di qualche contadino locale, suono comunque sacro…

A volte penso ai contadini come a degli eroi, che, mentre  praticano col proprio sudore il culto della terra, si consacrano unici e veri artefici della bellezza dei campi appena arati e dei vigneti.

Nell’interno, nella parte più selvaggia, dove è facile incontrare i cuccioli di cinghiale con la loro pericolosa madre, ricordo con particolare piacere alcuni scorci di Tatti, Scarlino, Roccatederighi, Tirli, Caldana e la sua cattedrale su disegno (pare) di Michelangelo, infine Massa Marittima, per dare una sbirciata all’albero della fecondità,  l’affresco del 1265 recentemente restaurato che raffigura un albero da cui pendono, come enormi frutti, decine di falli davvero realistici!

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“A me piace presentare la cucina come metafora della cultura. Mi spiego. Mangiare significa ammazzare e ingoiare un essere, animale o vegetale, che prima era vivo.
Se divorassimo direttamente l’animale morto o la lattuga sradicata, ci definirebbero dei selvaggi. Se invece, prima di cuocerlo, mariniamo l’animale con un bouquet aromatico di erbe di Provenza,
inondandolo di aceto, allora abbiamo realizzato un’operazione culturale perché ipocrita come la cultura del nostro tempo. E ben sappiamo che Pepe Carvalho nutre un amore-odio per la cultura, tanto che solitamente consuma le sue raffinatissime cene ‘ipocrite’ al bagliore di caminetti accesi con pagine di libri ‘ipocriti’.”

da un’intervista a Manuel Vazquez Montalban 

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Dal primo periodo ferrarese fino agli anni ’60 Giorgio De Chirico ha spesso rappresentato nelle sue enigmatiche composizioni dolci, biscotti e forme di pane della tradizione ferrarese, probabilmente con precise valenze simboliche legate alla propria memoria affettiva. Nel 1915, allo scoppio della grande guerra, De Chirico si trasferì a Ferrara, dove conobbe Carrà, con il quale condivise i principi della “scuola metafisica”, caratterizzata da un libero e fantasioso recupero della tradizione, ma anche dalla rappresentazione pittorica di concetti letterari e filosofici.Al soggiorno ferrarese risalgono alcuni capolavori dell’arte dechirichiana : “Ettore e Andromaca” (1917) e “Le Muse inquietanti” (1918). Sempre a Ferrara De Chirico iniziò a dipingere i suoi famosi Interni metafisici, spazi architettonici fantasiosi contenenti molteplici oggetti (scatole, biscotti, termometri, cubi, giocattoli vari, manichini, squadre da disegno, carte geografiche,mobili), immersi un’atmosfera carica di immobilità e silenzio. Tipiche opere metafisiche del periodo sono: “Malinconia della partenza” 1916 ,”Interno metafisico”, 1916, “Il sogno di Tobia”, 1917.

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